La Sfida del 2009

Di fronte alla sfida incombente del 2009, da cui vogliamo farci trovare sempre “pronti e degni”. In un momento particolarmente difficile come questo e di fronte ad un importantissimo appuntamento con la storia che vogliamo vivere in prima linea, è importante fare il punto della situazione. Riportiamo l’interessante analisi del direttore della rivista Area (http://www.area-online.it/), nonchè deputato del Popolo della Libertà.

«Faccio appello a tutti gli uomini e alle donne liberi e forti  che sentono di dover cooperare per il bene del Paese. (Giulio Tremonti)

“Il manifesto della Cgil che annuncia la manifestazione nazionale del 12 dicembre è emblematico, indica una mentalità e segna un’epoca. “Sciopero generale contro la Crisi”, stampato nero su bianco. Si riferisce alla crisi economica globale, al crollo dei valori in tutte le borse e alla crisi del credito e dei mutui immobiliari.

Per protestare contro questa “crisi”, il sindacato rosso incrocia le braccia, invita a sospendere la produzione e il lavoro, a sospendere la produzione di ricchezza ed i servizi. È come scioperare contro il terremoto: mentre tutti si rimboccano le mani per spalare le macerie e salvare i superstiti, o per puntellare gli edifici ancora in piedi perché non crollino, mentre tutti si mobilitano per raccogliere viveri e dar riparo ai profughi, la Cgil tira fuori le bandiere e sfila corrucciata agitando i pugni contro il cataclisma.

Per decenni questa è stata la reazione della sinistra antinazionale a qualunque evento, qualsiasi emergenza, qualsivoglia problema. Mafia, terrorismo, corruzione, crisi internazionali, occupazionali o economiche non hanno mai mancato di ottenere la celere e puntuale attenzione degli scioperanti professionisti. Manifestazioni che costano milioni di euro e che sono servite spesso a ingessare lo Stato, far saltare gli equilibri politici ed economici, ma non hanno mai intimorito la mafia o i terroristi, gli speculatori o i mercati internazionali… Figuriamoci cosa faranno allo tsunami che sta spazzando le certezze economiche degli ultimi sessant’anni.

Certezze che erano evidentemente errate, come errate erano la maggior parte delle soluzioni previste e proposte, anche dalle centrali sindacali, dai governi di sinistra e dai finanzieri illuminati alla Soros. E il dato che nessuno manca oggi di sottolineare è che tutto ciò che, nel nostro Paese, era considerato un freno allo sviluppo o un detrito antimoderno, il risparmio, innanzitutto, criticato dagli analisti e dai giornalisti economici cresciuti a inglese e mercatismo, come atteggiamento provinciale che frenava gli investimenti e il turbinio dei consumi, si è dimostrato il punto di forza che ha permesso alle nostre banche di non soccombere per carenza di liquidità. D’altronde era proprio l’asset che le rendeva appetibili per l’acquisizione da parte degli istituti esteri, che garantivano il credito a tutti senza immagazzinare denaro e quindi speravano di mettere le mani sulle provviste faticosamente accumulate dalle formichine italiane.

Ma quello che ha reso ancora più potente questo argine è stata la caratteristica del nostro risparmio come risorsa “familiare” e non individuale. Il tanto criticato - per certi aspetti giustamente - “familismo amorale” che secondo non pochi osservatori è stato un freno verso l’evoluzione delle coscienze individuali e contemporaneamente verso l’acquisizione di un vero “senso dello Stato”, si è invece dimostrato un familismo sociale, solidale ed etico. Grazie alle famiglie i giovani italiani - i “bamboccioni” bersaglio di Tommaso Padoa Schioppa - hanno sofferto meno gli aumenti dei prezzi e la crisi del mercato immobiliare. Grazie al sostegno dei familiari, gli italiani non sono stati lasciati soli a far fronte alle emergenze, alla disperazione e al panico che negli altri Paesi occidentali ed europei si sono manifestati e ancora si manifestano.

Che la situazione sia grave anche in Italia ce lo dicono i dati Istat, con quasi un quarto delle famiglie che scivola verso la povertà. Una crisi economica strutturale da noi era già manifesta, una crisi di sistema più che una congiuntura, perché le nostre aziende subiscono un’imposizione fiscale enorme; perché da noi l’energia costa il trenta per cento più che altrove, quindi i costi di produzione sono eccessivi, come anche il peso delle bollette per le famiglie; e perché finora c’erano organizzazioni e associazioni di settore, di interesse, di tutela dei privilegi che hanno impantanato la nazione per decenni.

«Il debito pubblico italiano costituisce un primato mondiale» scrive Feltri, «ma il risparmio individuale non ha eguali per consistenza in altri Paesi occidentali»; e questo fa dire a Boeri, su La Repubblica, che per quanto ridurre la spesa pubblica sia una ovvia priorità, «nessuno ci chiede di ridurre il nostro indebitamento oggi, nel mezzo della crisi». La tesi è che potremmo fare anzi di necessità virtù e «saper approfittare della recessione». Si tratta di una considerazione che ha una sua ratio e una certa astuzia, se vogliamo, ma nessuna coscienza nazionale a lungo termine, poiché solo liberando la nazione dalla vessazione del debito - il terzo più alto del mondo - si può consentire un vero rilancio e una pianificazione dell’utilizzo delle entrate che, dalla ricchezza, crei altra ricchezza.

Questo le famiglie lo hanno capito meglio degli economisti e, infatti, il livello di indebitamento delle famiglie italiane è il più basso in Europa e anche nel confronto con gli Usa. In Italia, la differenza di debito percentuale sul Pil è del 104 per lo Stato e solo del 30 per le famiglie. In Inghilterra è praticamente inverso. Se vogliamo parlare di cifre, diciamo che le famiglie italiane sono indebitate complessivamente per 463 miliardi di euro, mentre le famiglie tedesche ci superano di mille miliardi. La percentuale rispetto al reddito è inferiore al 50 per cento, mentre  in Olanda è del 240 per cento. Questo significa che gli italiani sono più attenti, più responsabili e sono restii ad esporsi eccessivamente vivendo al di sopra delle proprie possibilità. Un quadro di cui andare fieri.

Non può essere sfuggito come la famiglia come istituto sia diventata centrale anche nel dibattito politico e nella pianificazione economica. Non è passato un anno da quando la stampa radical-chic ci irrideva per la nostra insistenza sul valore sociale della famiglia e pochi decenni da quando un buon numero degli attuali esponenti del centrosinistra asseriva che la famiglia fosse una gabbia dalla quale liberare l’individuo. Oggi tutti chiedono “maggiori interventi per le famiglie” e anche nelle analisi economiche si parla di “famiglie e imprese” come di un binomio imprescindibile per uscire dalla crisi.

Ma una vera politica per le famiglie non può esimersi da una politica per “la famiglia”. Non bastano i baby-bonus o le social-card (quanto è utile l’inglese per far sembrare moderni ed importanti dei provvedimenti banali!), se la famiglia è l’unica istituzione sociale ed economica che si è dimostrata adatta a far fronte alle crisi, valoriali come economiche, quello che serve sono misure di incentivazione alla famiglia, alla maternità, al rimanere insieme e sostenersi a vicenda. La famiglia è il corpo intermedio che salva la nazione e i suoi cittadini. Abbiamo fatto più leggi contro l’integrità della famiglia e di dissuasione dalla maternità e dalla paternità che in favore, ammettiamolo.

È ora di invertire la tendenza, con sgravi fiscali per chi fa figli e se li tiene piuttosto che con bonus una tantum. La famiglia è un’impresa, che produce ricchezza, tutela sociale e persino cittadini, che sono una risorsa vera, non solo bocche da sfamare.” (http://www.marcellodeangelis.it/articoli/99-per-fortuna-teniamo-famiglia.html)

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01 Gennaio 2009 | Categoria: Varie |

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